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Esperto Promotore Mobilità Ciclistica: iscrizioni aperte al corso dell’Università di Verona

di Alessandro Di Stefano

Una figura professionale ancora più valorizzata ora che l’Italia ha una legge quadro sulla mobilità ciclistica. Fiab, in collaborazione con l’Università di Verona, organizza il quinto corso “Esperto Promotore Mobilità Ciclistica”, alcuni dei quali avevamo incontrato al CosmoBike di Verona in occasione della consegna dei diplomi.

I giorni di lezione per i nuovi Esperti Promotori Mobilità Ciclistica saranno dieci, spalmati tra aprile e giugno. Come ogni anno, Fiab mette in campo le proprie competenze, a cominciare dal Coordinatore Didattico del Corso, il consigliere nazionale Marco Passigato. Con lezioni frontali e uscite in bicicletta, i partecipanti spenderanno 42 ore complessive anche con docenti universitari del Dipartimento di Neuroscienze, Biomedicina e Movimento.

Competenze e professionalità maturate finora da più di 60 Esperti Promotori Mobilità Ciclistica, valgono importanti risorse anche per i ComuniCiclabili. Proprio perché come si legge nel comunicato del corso dell’Università di Verona ci vuole qualità nella programmazione e progettazioni delle reti ciclabili, programmi di sviluppo territoriale basati sull’economia del cicloturismo, programmi di azioni economiche e culturali”.

Le iscrizioni al corso “Esperto Promotore Mobilità Ciclistica”, aperte a diplomati e laureati, vanno fatte entro il 28 febbraio sul sito dell’Università di Verona. Ateneo che continua a credere in questo corso di aggiornamento professionale, grazie anche al quale le decine di Esperti Promotori Mobilità Ciclistica, provenienti da tutta Italia, hanno svolto lavori in diversi campi. Dagli ambiti profit – ospitalità, cicloturismo, pianificazione territori e comunicazione – a quelli no profit.

 

Orrori ciclabili. Quando il progettista non sa quello che fa.

In questi anni si assiste ad un fiorire di iniziative per favorire la ciclabilità, dai provvedimenti legislativi – con relativi finanziamenti – alla realizzazione di piste ciclabili in ogni dove. E, come sempre accade, quando arrivano i soldi, nascono anche, come funghi dopo una pioggia di agosto, i pseudo-esperti.

Tecnici che, fino al giorno prima non sapevano neanche cosa fosse una bicicletta, si improvvisano esperti di mobilità ciclistica e di percorsi ciclabili, accaparrandosi anche incarichi ,con risultati, spesso disastrosi.

E così vediamo la pista ciclabile con abbinato il passaggio pedonale e lo stop, che costringe il povero ciclista a fermarsi, comunque, in prossimità di ogni attraversamento, oppure la segnaletica orizzontale di colore blu (giusto per distinguere il percorso), o ancora piste con curve a 90° o interrotte in prossimità di passi carrai e ancora con inizio nel nulla e fine nel niente.

Errori madornali dovuti anche ad una normativa carente e, spesso, inefficace. Ma le regole che esistono dovrebbero essere, quantomeno, applicate!!! Parliamo del Codice della Strada e del relativo Regolamento di Attuazione, ma soprattutto del Decreto Ministeriale N. 557 del 30/11/1999 che riporta il “Regolamento per la definizione delle caratteristiche tecniche delle piste ciclabili”, regolamento che definisce caratteristiche, dimensioni, pendenze e raggi di curvatura, delle piste ciclabili, piste che, va ricordato, fanno parte della confusa definizione di strada di categoria Fbis –  Itinerario ciclopedonale: strada locale, urbana, extraurbana o vicinale, destinata prevalentemente alla percorrenza pedonale e ciclabile e caratterizzata da una sicurezza intrinseca a tutela dell’utenza debole della strada.

Purtroppo, spesso, la pista ciclabile, è vista come un luogo dove il ciclista occasionale va a spasso, privandola della dignità di infrastruttura per la mobilità vera e propria, infrastruttura che va pianificata, e progettata, con tutti i crismi di legge e con la buona regola d’arte che dovrebbe essere patrimonio di ogni progettista.

Ma, si sa, l’esperto dell’ultima ora ne inventa una ogni momento, per potersi definire più bravo degli altri, e magari si vanta del fatto di uscire in bici, con gli amici, ogni domenica (e quindi di bicicletta ne capisce) e così vediamo nascere, sempre più, percorsi ciclabili dove il ciclista ha paura di avventurarsi, con utilità quasi nulla e, anzi, controproducenti per lo sviluppo della mobilità ciclistica, in quanto alimentano la sensazione di “inutilità” di tali opere.

Che fare? Forse occorre, da subito, all’interno delle università e degli Ordini Professionali, iniziare a formare i tecnici sulle buone pratiche, e sulle regole, della mobilità ciclistica. Perchè non è di esperti che abbiamo bisogno, ma di professionisti preparati.

 di Raffaele Di Marcello